LETTERA AL MINISTRO SULLA SITUAZIONE DELLE CARCERI ITALIANE

In allegato la lettera ad Alfano sulle carceri.

Questa organizzazione Sindacale ha avuto modo più volte di esprimere il proprio avviso in ordine alla situazione che si sta vivendo nel penitenziario. Si ritiene di dover tornare sull’argomento proprio perché di giorno in giorno essa si aggrava con scelte non solo non condivisibili, ma anche profondamente irrispettose di tutti quanti operano in questo ambito e loro malgrado vi vivono.

Abbiamo atteso che finisse finalmente il toto DAP, per quanto attiene l’assegnazione dei nuovi Dirigenti Generali e la movimentazione di alcuni di loro per esprimere il nostro avviso. Ci aveva lasciato molto perplessi già la scelta di far ricoprire tali incarichi a chi il carcere o l’ha visto in fotografia, o comunque nella - disamina dei meriti - a nulla è valsa la capacità di gestione di situazioni difficili e di istituti che rappresentano, nella loro realtà delle complessità di non facile soluzione sia per quanto riguarda il personale, che i detenuti. Viene il dubbio che potrebbe trattarsi di meriti che siano solo ascrivibili ad ascendenti, discendenti, collaterali e quant’altro, e questo la direbbe lunga sulla volontà di far funzionare effettivamente il sistema.

Ma ciò che è avvenuto nel modo di trattare le assegnazioni potrebbe ravvisarsi come un tocco d’arte. Per la destinazione di questi, ancora segnalazioni particolari?....speriamo di no!!!!

Le scelte così operate non ci tranquillizzano, anzi sono lo specchio di tante altre scelte che hanno portato alla sfascio del sistema penitenziario. In realtà tale condizione critica dura da troppo tempo e la mancanza di una leadership effettiva al vertice del DAP ha fatto sì che negli anni emergessero altre figure rampanti alla ricerca felpata di potere in uno scontro di tutti contro tutti; attraverso piccole espressioni di potere personale che non servono al sistema, ma che invece vanno alla ricerca ed alla conseguente conferma della supremazia personale e funzionale di questo o di quello sugli altri.

Come è ovvio tutto questo non serve al sistema carcere, alla trasparenza delle istituzioni, alla realizzazione del dettato costituzionale.

Il sovraffollamento del carcere, la carenza di risorse, la sostanziale incompetenza di molti che non sono in grado di decidere consapevolmente portano il sistema ad avvitarsi su se stesso ed a misconoscere soluzioni e possibilità effettivamente praticabili, ma volutamente ignorate perché poco convenienti al proprio personale tornaconto: non importa a nessuno della funzionalità del sistema ma interessa piuttosto la realizzazione dei propri desiderata che - in misura maggiore o minore a seconda della funzione espletata - diventano comunque prioritari rispetto anche ad esigenze che per l’istituzione sono da soddisfare in via preminente.

Per questo motivo così come vengono ignorate le esigenze delle persone ristrette - e su questo si continua a discutere senza risultato alcuno – assolutamente indifferenti rispetto alla circostanza che un gran numero di detenuti entra in carcere e ne esce dopo qualche giorno, al momento della convalida dell’arresto, analogamente vengono ignorate le necessità del personale.

Necessità formative, necessità economiche, necessità di vivere vicino ai propri cari, soprattutto costringendo gli operatori ad umiliarsi mettendo in piazza le proprie disgrazie di fronte a chiunque.

A chi interessa che i detenuti mangiano con 4 euro al giorno e che le risorse finiranno entro settembre? Probabilmente a nessuno, nonostante le segnalazioni pervenute da pressochè tutti: operatori ed organismi dell’Amministrazione periferica.

Ancora: la Direzione Generale dei detenuti ha emanato una serie di Circolari sulla realizzazione del dettato costituzionale, ma comunque nella gestione della quotidianità prevale non la disposizione impartita, ma la vecchia logica secondo la quale ciascun operatore cerca di scaricare sull’altro le proprie cogenti responsabilità, facendo ricadere in particolare sugli educatori e sull’area educativa la carenza di proposte trattamentali.

I poliziotti penitenziari stanno dappertutto all’infuori che nel carcere. Ma, preso atto che in tempi brevi non sarà possibile provvedere al completamento dell’organico, forse potrebbe essere opportuno rivedere il regolamento di servizio, in modo tale da non costringere quell’unico agente che lavora sui tre piani di un carcere ad essere operativamente fuori legge, ed a metterlo in condizione di avere un rapporto umano con il detenuto.

Perché questa soluzione non è venuta in mente a nessuno?

Probabilmente è per non andare a toccare centri di potere che porterebbero andare a scalfire il potere di quel dirigente rispetto a quell’altro.

Per non parlare poi dell’Esecuzione Penale Esterna, dove da anni mancano proposte serie che non siano un inutile trionfalismo. Ultimo esempio in ordine di tempo è la legge 199/2010 che ha tentato di far passare come valorizzazione della professionalità una operazione esclusivamente di polizia, quale quella di fare le verifiche sul domicilio del detenuto, mentre non si prende iniziativa alcuna sulle priorità da dare agli interventi. Se è vero che questi ultimi sono tutti importanti, perché tutti previsti dalla legge, appare assolutamente necessario dare loro un priorità, in modo tale da consentire all’operatore di lavorare con serenità, posto l’enorme carico di lavoro e l’ineluttabile pensionamento di operatori, che non vengono sostituiti. Non solo, è necessario evitare che avvocati e parenti dei detenuti intervengano personalmente sugli Assistenti Sociali, per sollecitare gli interventi a favore dei loro assistiti / cari.

Signor ministro, comprendiamo che il Carcere, nel contesto della giustizia, non è tra le priorità del governo, ma crediamo sia assolutamente necessario un intervento serio sulla sua gestione, posto che il disagio degli operatori ha raggiunto livelli insostenibili, e di conseguenza è pressoché impossibile, con questo clima, pensare di dare seguito non solo al dettato costituzionale, ma soprattutto permettere la vivibilità del carcere

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